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Il diritto di essere istruite

Il diritto di essere istruite

Oggi in classe — la 2B dell'IC Arcadia di Milano — abbiamo visto il documentario DOC3 - Le bambine non vanno a scuola. È un tema forte, di cui sento il bisogno di parlare.

Chi è Malala Yousafzai?

Malala non è solo un nome sui libri: è la più giovane vincitrice del Premio Nobel per la Pace (2014), ricevuto insieme all'attivista indiano Kailash Satyarthi. La sua storia pubblica inizia tragicamente il 9 ottobre 2012, quando una giovane ragazza pashtun fu colpita alla testa da un colpo di pistola mentre tornava da scuola su un autobus a Mingora, nel distretto dello Swat (Pakistan).

L’attentato fu rivendicato dai talebani, che la ritenevano "colpevole" di voler andare a scuola. Personalmente, fatico a comprendere come l'istruzione possa essere considerata una colpa. È assurdo che una ragazzina debba rischiare la vita per il semplice desiderio di apprendere. Chi l'ha colpita ha dimostrato solo una profonda vigliaccheria: non riesco nemmeno a immaginare quegli uomini al suo posto; probabilmente si nasconderebbero senza alcun ritegno.

L'odio contro l'istruzione

Malala, per fortuna, è sopravvissuta, ma l'odio dei talebani non si è fermato. Hanno continuato ad attaccare bambine, a distruggere scuole femminili e hanno persino ucciso una maestra. Mi chiedo: perché? Qual è lo scopo di uccidere chi insegna? Forse terrorizzare? O impedire che la popolazione si evolva? Non riesco a vederci alcun vantaggio, se non il trionfo dell'ignoranza.

Quando hanno sparato a Malala, l'obiettivo era metterla a tacere, ma hanno ottenuto l'effetto opposto. La sua voce è diventata un urlo globale. Eppure, nel suo paese natale, la gente aveva paura di nominarla. Parlare di lei era pericoloso; si rischiava la vita se si veniva ascoltati dalle persone sbagliate.

Le "Malala dimenticate"

Un aspetto del documentario che mi ha fatto riflettere riguarda le sue compagne di classe, come Kainat e Shazia. Loro sono le "Malala dimenticate". Mentre Malala è al sicuro nel Regno Unito, loro vivono ancora nel pericolo.

  • Shazia studia sotto scorta, in luoghi isolati, portando con sé il trauma di quel giorno sul pulmino.

  • Kainat continua a studiare nonostante le minacce, con il sostegno del padre che afferma: «L'istruzione è vita». Lui sogna per lei un futuro da dottoressa, affinché possa salvare vite umane.

Mi ha colpito la scelta di queste ragazze di restare. Se fossi stata al loro posto, probabilmente me ne sarei andata senza esitazioni. Capisco anche perché le studentesse del collegio dedicato a Malala abbiano chiesto di cambiare nome all'istituto: la paura di morire è umana. Ma, d'altra parte, rinunciare a quel nome mi lascia perplessa. Se io fossi stata una di loro, avrei preferito rischiare pur di onorare una persona così coraggiosa.

L'istruzione come Educazione alla Pace

Alla fine, mi sono fatta un'idea sulla "colpa" di queste bambine: la loro unica colpa è voler rendere il mondo un posto migliore. L'istruzione non è solo imparare a leggere e scrivere, è un’Educazione alla Pace. Secondo Malala — e sono d'accordo con lei — solo la conoscenza può sconfiggere l'ansia e la paura di non tornare più a casa.

Le bambine di oggi vogliono essere come, o meglio di Malala. Vogliono essere ancora più coraggiose. Ed è l'augurio che faccio a tutte loro, perché come ha detto Malala nel suo celebre discorso:

«Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo».

Se a dirlo è stata un'adolescente che ha sfidato la morte, queste parole assumono un peso immenso che non possiamo ignorare.

Martina Albanesi

Martina Albanesi

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